GANDOLIN (LUIGI ARNALDO VASSALLO)                            
La famiglia De-Tappetti.
GARZANTI.
ristampa: gennaio 1959.
Propriet letteraria riservata.
 Copyright by Aldo Garzanti, Editore.
Printed in Italy, 1959.
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                   Chi era Gandolin? Luigi Arnaldo Vassallo.

  Luigi Arnaldo Vassallo (Sanremo, 30 ottobre 1852,  Genova,
10 agosto 1906)  stato un giornalista e scrittore italiano.
Inizi l'attivit giornalistica nel 1869, collaborando a vari giornali genovesi.
Dopo la fine dello Stato Pontificio, si trasfer a Roma, dove nel 1880 fond con
Raffaello Giovagnoli il Capitan Fracassa, giornale ricco di notizie e vignette
caratterizzate da originalit e freschezza, e successivamente il Don Chisciotte
della Mancia e Don Chisciotte di Roma. Si distinse dapprima come corrispondente
del Caffaro di Genova e poi come redattore de Il Messaggero (1875), riuscendo ad
aumentarne sensibilmente la tiratura grazie agli speciali sul processo Fadda.
Negli anni 1879-80 fu direttore del quotidiano romano.
Nel 1896 divenne direttore del quotidiano Il Secolo XIX di Genova.
Come corsivista utilizz frequentemente lo pseudonimo di Gandolin.



                                  La rivista.

  Policarpo De-Tappetti, incauto padre e scrivano
presso il Fondo per il culto, ha
promesso al figlio Agenore, sei anni e quattro
mesi, di condurlo al Macao.
  Agenore, gli ha detto, la sera del sabato,
con accento severo, tu appartieni a
una nazione di ben trenta eziandio milioni
di abitanti, non ficcarti le dita nel naso! a
una nazione che  stata maestra di civilt...
non grattarti, perdio, la testa, quando parla
pap, hai capito? A una nazione insomma, di
cui  operoso scrivano colui che ti ha messo
all'onore del mondo. Domani  la festa dello
Statuto.
Pap, che cos' lo Statuto?
  Lo Statuto , figlio mio, quella cosa per
cui non c' che la gente senza educazione,
che finga d'ignorare i proprii doveri, tra cui,
te lo dico una volta per sempre, quello di
ubbidire mamm e pap, e di non fare certe
risposte, che non le farebbe neanche un monello
di strada.
  Sono le sette di mattina. Casa De-Tappetti
pare un inferno. La signora Eufemia, tutta
discinta, con le papillotes in testa, mette sossopra
i cassettoni, e butta in aria quanto trova,
cercando un involtino di carta azzurra,
contenente una dozzina di bottoni per
camicia.
  Policarpo  in mutande, coi piedi infilati
in un paio di ciabatte, che ogni tanto gli
scappano, insieme con la pazienza maritale
e paterna. Egli ha in mano un solino finto
e una cravatta di seta nera, veneranda memoria
sopravvissuta a tempi migliori.
  Per bacco baccaccio! egli mormora tra
i denti, queste cose non succedono che a
me... Non c' una camicia a cui non manchi
un bottone. Specialmente di quelli a parte
di dietro. Ma dove li avete gli occhi?... a
casa del diavolo?...
Sta' un po' zitto.
  Zitto, un corno! sar la trentesima volta...
ma che dico? sar l'ottantesima volta che
trovo la camicia senza il bottone a parte di
dietro... Agenore! lascia stare l'orologio.
Conoscer, a dire poco, mille persone; pure tutte
hanno i bottoni in regola.
  Ma finiscila una volta... ecco, li ho trovati.
Rosa! un ago, e un po' di filo bianco.
  Oh! non si trover n ago, n filo, ne sono
sicuro.
  Serva e padrona si sbracciano, si affannano,
frugano e non trovano nulla.
  L'avevo detto io! Agenore! lascia stare
l'orologio.
  Dimmi, soggiunge la moglie tutta stravolta,
non ti basterebbe uno spillo messo
per bene?
Sicuro! per farmi scoppiare una vena.
  Aspetta... ecco l'ago... manca il filo... ah!
un po' di filo nero.
Lo sapevo!
  Pap, strilla Agenore, non mi voglio
lavare la faccia.
  Non ti vergogni, sudicione? (Alla serva
con autorit) Rosa, non risparmiate il sapone,
specialmente nel collo... e che sia pettinato,
mi raccomando... sangue di bacco!
Che cosa c'?
  Te l'ho detto mille volte! non abbottonare
i manichetti delle camicie pulite!... uno
si infila la camicia e non riesce a mettere fuori
le mani. Non c' mai stato verso... mai...
mai...
T'ha preso il nervoso stamane?
  Sfido io! guarda l'orologio, son gi le
otto; presto, il mio fazzoletto bianco, quello
delle feste... il mio fazzoletto turchino, quello
per il naso... il fazzoletto rosso, di seta, per il
sudore... dopo sette anni di matrimonio ho
sempre da chiedere le stesse cose. Agenore,
sei pronto?... il mio bastone! dammi la chiave
del portone... me la voglio cucire in tasca!
non c' caso che vi ricordiate di darmela...
Agenore, sei pronto?... l'astuccio degli occhiali...
dov'... non si trova mai... gi! l'avrete
dato al ragazzo per baloccarsi, si capisce!...
questa casa  un inferno... dammi un
giornale.
Per che farne?
  Dammi un giornale vecchio... non si sa
mai... quando c' dei ragazzi... Dio, come
stirano queste bretelle! e il gilet poi pare un
sacco... te l'avevo detto, io, di farmi una piccola
basta di dietro?
Che dici?
Basta di dietro!... sei sorda?
  Finalmente si riesce a porre sesto a tanta
confusione. Policarpo d gli ultimi avvertimenti
al figlio, e presolo per mano, scende
le scale del domicilio, in via dei Coronari,
attraversa via di San Luigi de' Francesi, pozzo
delle Cornacchie, piazza di Pietra, via delle
Muratte, e per l'Angelo Custode, si spinge
verso il Macao, gridando ogni cinque minuti:
  Non cacciarti tra le gambe della gente...
sta' zitto... non scendere dal marciapiede, non
vedi che ci sono i legni?
  Dalle finestre pendono le bandiere a tre
colori. Agenore opprime di domande l'illustre
genitore.
Pap, che vuol dire tre colori?
  Vuol dire che l'Italia  divisa in tre
grandi regioni: alta Italia, Italia centrale e
Italia meridionale.
Meridionale che significa?
Ch' mezzogiorno.
L'ora del pranzo! pap, ho fame.
  Non si dice fame: le persone per bene
dicono: appetito.
S, pap! ma io ho fame.
Appetito.
  S, pap: ho anche appetito. Comprami
una ciambella.
Mangiare a digiuno fa sempre male.
Io mi metto a piangere.
E io ti porto a casa.
  No, pap; voglio vedere la rivista; piuttosto
pianger stasera.
  Non so come Policarpo e suo figlio riescono,
malgrado la folla, a penetrare nel recinto
del Macao.
Enormi spirali di polvere salgono al cielo,
simili a turbini del deserto, e accecano
soldati e spettatori. I reggimenti, immobili,
paiono muraglie d'uomini. Lampeggiano le
sciabole dei cavalleggieri. Il generale comandante
in capo galoppa di qua, di l,
facendo ondeggiare marzialmente il ricco
pennacchio che pare una nuvoletta di bianchi
vapori. Romba il cannone. Le bande musicali
suonano l'inno reale. Agenore non ist
pi nella pelle. Un drappello di carabinieri
splendidi, come campioni di un torneo, entra
nel recinto. Sono i corazzieri.
  Ecco il Re, seguito da un codazzo di splendide,
svariate, pittoresche uniformi.
Pap! io non vedo niente; qual  il Re?
  Vedi:  quello laggi, pallido, con quei
grandi baffi... non lo vedi?
Li hanno tutti i baffi.
Non capisci niente. Non mi seccare.
  Lo so che non capisco: ma la mamma
dice sempre: "Pap non sa mai quello che
si dica".
  Policarpo d un'occhiata fulminante al
piccolo Agenore, che si ficca il dito nelle
narici.
Via quel dito!
  Tu ce lo metti sempre e nessuno ti dice
nulla. Ah, quando sar grande!
  Policarpo trascina il figlio sul piazzale
dell'Indipendenza. C' un quadrato di fanteria
e un quadrato di curiosi; molte signore,
in abiti assai carini; molta ragazzaglia
inerpicata sui cancelli, sui lampioni.
Agenore assiste alla sfilata, provocando fieri
rabbuffi dalla giusta collera del genitore, per
le domande stupidissime con cui mette a dura
prova l'erudizione paterna.
  A un certo punto, Policarpo afferra il figlio
e facendolo galoppare come un dannato
dantesco lo trascina sulla piazza del Quirinale.
La folla si agglomera davanti al regio
palazzo.
  Pap, chiede Agenore indicando la
Consulta, chi ci sta in quella casa?
Ci sta l'onorevole Crispi.
Non me ne importa nulla.
  Non me ne importa nulla neanche a
me, pure egli  il capo del Governo, e lo
dobbiamo amare, come si amano le
istituzioni.
  La folla applaude, il Re ed il Duca d'Aosta
si affacciano e salutano dalla loggia, agitando
gli elmi piumati.
  Policarpo trascina verso casa il figlio che
ha un palmo di lingua fuori, e gli occhi rossi
dal sudore e dal polvero.
  Ti sei divertito? gli chiede la mamma
togliendogli l'abitino.
S, mamma: ho tanto fame.
Si dice: appetito! grida Policarpo.
  Povero figlio! esclama la mamma, dandogli
un bacetto: pap ti d i tormenti, eh?
poverino!
  Bella educazione! soggiunge Policarpo,
voi, o signora, diminuite il prestigio
dell'autorit.
Ma che prestigio?
  Voi, o signora, eccitate una creatura inconsapevole
allo sprezzo verso il superiore
immediato, voi seminate la diffidenza tra le
diverse classi sociali, voi...
  Oh, non mi gonfiare la testa! andiamo
a tavola, che ci sono le fettucce al
pomidoro.
Policarpo con accento maestoso:
  Signora! Non  al pomidoro che si forma
il carattere della giovent.



                            Le gioie di De-Tappetti.

  La casa, tutt'insieme, si compone di due
camere ed una cucina.  bene conoscere
l'ambiente, poich, un filosofo antico,
fors'anche un greco, non si sa mai! ha detto:
La casa  l'individuo.
  Veramente io direi: la casa  il padrone
di casa.
   il padrone di casa che spesso, in Roma,
 una padrona,  poi uno spettro mensile
e trimestrale, che nuoce alle funzioni
dell'organismo umano, poich non accorda il
respiro.
  Per andare da Policarpo De-Tappetti, si
entra in un andito stretto e buio, che comincia
coi cestini d'una fruttarola, donna
magra, untuosa (la quale passa i tre quarti
della vita a grattarsi la testa), e finisce con
un laghetto, una specie di compluvio naturale,
alimentato con singolare costanza dalle
donne del vicinato.
  In fondo all'andito c' una porta butterata
dal vaiuolo, incrostata di ruggine, di
ragnatele, d'immondezze; qualche cosa di
schifoso.  la porta, per cui le donne vanno
a fare la pulizia - pare impossibile - dei
panni, in una specie di grotta, dai muri stillanti
acqua e sudiciume.
  Saliti quattro capi di scale, c' un ripiano,
dai mattoni sconnessi, regolarmente disseminati
di gusci d'ova, di bucce di patate,
ed altri elementi commestibili, come sarebbe
a dire cartacce, stracciolini, chiodarelli e
una quantit enorme di nccioli di ciriegia,
abilmente disposti, in modo da far cascare
la gente, a rischio di rompersi, Dio scampi,
l'osso del collo.
  La prima camera di De-Tappetti  mobiliata
con un magnifico sof di reps giallo,
comprato dal perito Stella con 7 lire e 45
centesimi; un cassettone coi tiretti scortecciati
e mancante di un piede; un orologio a
pendolo, e che segna sempre le ore 5 e due
centimetri, con l'unica lancetta che gli 
rimasta; uno specchio, dalla cornice nera,
col cristallo rotto agli angoli e attaccato
mediante margini di francobolli; quattro sedie
di paglia perfettamente scompagne; una
elegante poltroncina di reps azzurro comprata
dal perito Stella a 5 lire e 90 centesimi;
una tavola rotonda intarsiata di macchie
e di minuzzoli di pane, un mobile misterioso,
coperto da due vecchi scialli della
signora De-Tappetti, e che, poi, non  altro
che un lettuccio di ferro incaricato di fingere,
durante il giorno, un sof, e accogliere,
la notte, le stanche e non rimunerate membra
della serva.
   dunque una sala, una camera da ricevere,
stanza da letto, sala da pranzo, il cui
servizio cumulativo richiede una quantit di
ingegnosi artifizi.
  Nella seconda camera, una toletta di legno
dipinta a marmi preziosi, due lettucci di
ferro i cui pezzi sono mantenuti, per mezzo
di vecchie corde d'imballaggio, quasi in relazione
tra loro, e una culla a gabbioncino
per Agenore che pure ha quasi sette anni, un
attaccapanni i cui piuoli si staccano al peso
di un soprabito, e una quantit di quadri
(poich De-Tappetti ama le arti) le cui vecchie
muffite litografie rappresentano le cinque
parti d'Europa, una delle quali  la
Primavera.
  La cucina non  che uno sgabuzzino in cui
i predecessori di Policarpo hanno lasciato
molte memorie di famiglia in una quantit
di sorci, i quali vivono non si sa proprio
di che.
 festa,  la festa di San Pietro.
  Oggi ci dobbiamo divertire un pochetto!
esclama Policarpo giocondo, e affibbiandosi
gli straccali, vi condurr tutti e due ai
prati di Castello, passando per porta
Angelica.
  Pap! io voglio passare per il ponte di
Ripetta.
  No, figlio mio; invece spenderemo i sei
soldi del pedaggio in tante ciambelle di
Lucca.
  Voglio passare per il ponte e voglio le
ciambelle di Lucca.
  Mi meraviglio, e mi vergogno per voi,
discolaccio!... Corpo di bacco, non trovo pi
la mia cravatta nera. Eppure l'ho messa qui.
Dico sempre: lasciate le cose dove le metto
io! Nossignore! come parlare al muro.
  Fai adagio! dice la moglie, con un
po' di pazienza...
  Pazienza un corno! non mi si d retta,
mai. Ce la voglio inchiodare, la cravatta!
  Si cerca, si fruga, la famosa cravatta 
dentro una scarpa di Agenore.
  Ecco, ecco come si sciupa la mia guardaroba.
Una cravatta che porto da dodici
anni, e che  ancora nuova fiammante. Credete
forse che vada a rubare la notte? che
faccia il falso monetario? La ci vuol tutta
per non morir di fame al servizio dello Stato,
e intanto mi si mette la cravatta nelle scarpe.
Con 95 lire il mese: un ragazzo che mangerebbe
un patrimonio, una moglie che vuole
assolutamente un cappello ogni due anni!
una serva che divora un chilo di pane ogni
giorno, e 45 lire di pigione! Manco male i
nuovi organici mi porteranno un aumento.
Benedetto sia questo Ministero! Io l'ho sempre
detto: fior di brava gente, bench abbia
dato la croce al mio caposezione. Non s'accosta
mai all'ufficio, lui. Policarpo faccia questo,
Policarpo faccia quest'altro, gi, gi,
tutto addosso a questo somaro!
A proposito: c' stato il salumaio?
  Vada al diavolo! aspetti i nuovi organici...
li aspetto bene io, mentre mi premono
pi che a lui. Il giorno in cui andranno in
vigore, vi condurr tutti nell'omnibus da
piazza Venezia a porta del Popolo.
Indi con voce solenne:
  E se non mi farete inquietare, torneremo
sull'omnibus, da porta del Popolo a
piazza Venezia. E poi, una bella domenica,
vi far vaccinare.
La serva rientrando:
Il postino col Don Chisciotte.
Policarpo levando al cielo gli occhi...
  Dio mi ha mandato anche questo canchero
di giornale! dando un'occhiata al foglio,
 un'infamia!
Che  successo?
I nuovi organici...
Ebbene?
  Tutto per aria. Ah! l'ho sempre detto:
questo Ministero  un poco di buono.
Pap! andiamo ai prati di Castello?
   inutile, figlio mio, anche qui siamo
completamente al verde.



                          Il banchetto della famiglia.

  La serva sbuffa in cucina. Donna Eufemia
sta capando uno spicchio d'aglio. Policarpo
gratta un formaggio che appesta il
vicinato. Agenore, impicciando tutti quanti,
giunge a spingere, surrettiziamente, alcune
patate sotto la cenere calda, nella quale,
naturalmente, si scotta e strilla come
un'aquila.
   una rivoluzione. Policarpo si caccia in
tasca il pezzo di formaggio. Eufemia depone
l'aglio sopra lo sciacquatore. La serva rovescia
tutto quanto il barattolo del sale dentro
la pignatta.
  Presto, la concolina! grida Eufemia pestando
un piede.
La serva si slancia nella camera da letto.
  Policarpo osserva le dita di Agenore, e non
vedendo nulla di sospetto, gli tasta il polso e
si fa mostrare la lingua.
Non piangere, gli dice, non  niente.
  Gi, brontola Eufemia, per voi tutto
 niente. Vieni qua, da me, figlietto caro...
sta' zitto, che poi ti compro due bei centesimi
di nocchie.
  Se non aveste messo la mano vicino al
fuoco, non vi sareste scottato! dice severamente
Policarpo; la vostra condotta non 
che una serie di dispiaceri per la famiglia.
Ma questa concolina viene o non viene?
Che fa quella somara?
Dille che si sbrighi.
  Policarpo si volta con impeto, e ne viene
uno scontro colla serva, che sta correndo
colla concolina in mano. I calzoni di Policarpo
sono fradici d'acqua insaponata. La
concolina va in mille pezzi.
  Tutta la famiglia, costernata, si raccoglie
intorno a quei frantumi, come davanti a una
catastrofe. Una lacrima spunta dal ciglio di
Policarpo. Donna Eufemia batte le mani
congiungendole, con voce straziante:
La concolina di mia nonna!
  Policarpo, per nascondere la sua emozione,
si fruga in tasca, ne cava il pezzo di formaggio,
e lo fissa con straordinaria intensit.
  Intanto la pignatta d disopra, e il brodo,
cascando nel fuoco, solleva spirali di fumo
bianco.
  Policarpo, Eufemia e la serva, con unanime
slancio, si precipitano verso la pignatta,
che viene alzata da sei mani e messa da
parte.
  Agenore s'appende alle ginocchia del genitore
e strilla:
Le mie patate!
  La serva, confusa, afferra uno strofinaccio
fradicio di acqua e cenere, d una ripulita
alla pignatta, poi sempre rintontita, lo depone
sul casto seno di Donna Eufemia.
Policarpo si curva per dare una correzione al
figlio. Eufemia manda un grido drammatico,
prende lo strofinaccio con due dita e lo butta
lungi da s con atto di ribrezzo. Lo strofinaccio
s'avvolge come un turbante intorno
al cranio nudo di Policarpo.
  Un asciugamani, presto un asciugamani!
urla Policarpo.
  La serva afferra una cosa bianca, e gliela
porge. Policarpo si asciuga la testa e il
collo. Altro grido di Donna Eufemia:
La mia camicia da notte!
  La cucina  un inferno. Policarpo guarda
con desolazione profonda i calzoni fradici,
quasi fosse l'ultimo atto dei Due sergenti.
  Come fare? Non ce n'hai nessun altro
paio di mezza stagione.
Lascia andare: s'asciutteranno.
Ma tu t'ammalerai.
  Che poi non m'avessi da pigliare un
febbrone?
Lvateli subito: credi a me.
  Ma che mi metto? non posso mica restare
in mutande.
  Aspetta, facciamo cos: Rosa, prendete
la mia veste di lana turchina. Per un momento,
ti metterai quella.
  Un funzionario dello Stato vestito da
donna?
  La dignit di Policarpo si rivolta, ma la
necessit  urgente e superiore all'amor proprio.
Cos avviene che Policarpo, un momento
appresso si avvia solennemente verso la
tavola, mezzo vestito da uomo e mezzo da
donna. Agenore ci ride. Il genitore lo fulmina
con un'occhiata.
  Non si deve mai ridere sulle sventurate
emergenze della famiglia, e dovreste invece
apprendere, che il genitore afflitto da sventura
idraulica, sa sempre nobilmente indossare
la veste del sacrificio.
Finalmente la famiglia  seduta a tavola.
  Agenore ha un tovagliolo, che lo strozza, legato
intorno al collo.
  La serva porta la minestra. Agenore domanda
che per lo meno la sua scodella sia
coperta da due chilogrammi di formaggio.
Il genitore si rifiuta. Agenore si tira i capelli.
  Il genitore gli tira gli orecchi. Eufemia
tira la manica di Policarpo, il quale si
mette in bocca la prima cucchiaiata di minestra.
Per poco non la sputa.
  Dio clemente e misericordioso! esclama
Policarpo, questa minestra  una salina
di Orbetello.
Le tue solite esagerazioni...
  Eufemia mia! non eccitare, te ne prego,
la mia sacrosanta indignazione. Fammi il
piacere di degustare la minestra e poi...
Eufemia assaggia.
  C' un po' di sale, ma non mi pare che
ci sia da strillare a quel modo che fai tu.
  Ma  salata o non lo ? rispondi categoricamente,
poich la vita domestica  fondata
sulla logica.
Non ti stranire, fammi questo piacere.
  Signora Eufemia! I sett'anni di matrimonio
non vi autorizzano a denigrare la sincerit
dei miei sensi. Non tergiversiamo, per
amore di Dio.  salata o no, questa
minestra?
Quanto sei seccante!
  Pap, soggiunge Agenore, perch la
mamma dice sempre che sei seccante?
   un'espressione confidenziale che tu
non devi ultroneamente ripetere! Hai capito?
Ma guarda che fai? tu intingi la manica
dentro la scodella. Ma, disgraziato, non
te l'ho detto mille volte? a che cosa servono
le maniche?
A ripulirsi la bocca.
  Policarpo resta atterrito, davanti al crescente
idiotismo di quel figlio unico che un
giorno dovr essere il capo della sua stirpe.
  La signora Eufemia con voce acre ed
acutissima:
  Impossibile! non passa giorno che a tavola
non si faccia qualche lite. Tutti mi dicono:
"Quanto dovete esser felice con vostro
marito;  un uomo che fa ridere tutti". Ma
gi si capisce! Fuori di casa il signore sar
amabile, sar spiritoso, sar ciarliero, sar
brillante. Appena messo piede in casa, non
fa che brontolare, brontolare, e dalla mattina
alla sera: ora i bottoni non sono cuciti; ora
s' persa la cravatta; ora la minestra ha il
bruciato; ora non c' calza abbastanza nella
lampada a petrolio... Ma dimmi un'altra cosa:
non potresti dare un altro giro ai tuoi
discorsi?
  Eufemia! risponde severamente Policarpo,
Eufemia, te ne prego, rientra in te
stessa. Tu demolisci il prestigio della patria potest!
tu scuoti, nella loro base, quei princpi
inconcussi che ho procurato sempre d'instillare
nel tenero animo di Agenore nostro.
  Ma io sono inconcussa da un pezzo e te
lo dico francamente: o parla d'altro o sta'
zitto. Agenore, vuoi un pezzettino d'arrosto?
Ma me le compri poi le nocchie?
  Ti ho detto di s. Non seccarmi neppure
te.
  Ecco, mormora Policarpo, ecco come
si finisce per traviare il senso retto della giovent!
Le nocchie sono il primo passo sul
sentiero dell'abisso. La nocchia  la madre
dei vizi.
  Policarpo, te lo ripeto: non essere cos
brontolone. Non ci hai altro da dirmi? Ma
scusa tanto: perch leggi tanti giornalacci?
Non ci trovi niente di bello da raccontarmi?
Perch non ci dici tante belle cose?
Non vi si trovano che cose brutte.
Perch leggi, allora?
  Per ornare il mio spirito di quella cultura
unissona, che deve cementare le facolt
intellettuali e intangibili della coscienza cittadina.
Ma che vuoi ti narri, cara mia? Vuoi
che venga a tavola, per dirti che la locomotiva
ha rovesciato il Ministero?
Come?
  Con un break di sfiducia: purtroppo il
capo del Governo  stato trascinato con un
vagone senza ruote... lui! un uomo che trascina
giorno e notte il carro dello Stato.
E s' fatto male?
Nessun male, grazie al cielo.
Ma figuriamoci, che paura, Ges!
Policarpo con accento severissimo:
La paura  un sentimento subalterno.
  Queste ferrovie! esclama la signora Eufemia,
con profonda convinzione. Per me
non vorrei servirmene mai.
  Tu esageri, risponde Policarpo, basta
avere un poco di prudenza, e non viaggiare
che con treni esenti da scontri, da deviazioni
o altri simili disastri.
Se io fossi capo del Governo...
Non  possibile; saresti una capa.
  Mettiamo il caso. Ebbene, non andrei
che in carrozza.
  Come fare? A giorni il presidente del Gabinetto
andr a Vienna in compagnia dei
sovrani.
 lontano assai Vienna?
  Lontanissima. Io non vi sono mai stato,
ma conosco il fratello d'uno che suo cugino
doveva andare a Vienna e anche pi lontano,
eppure  capitale dell'Austria.
Ma che ci vanno a fare a Vienna?
A fare amicizia con l'Austria.
  Pap, interrompe Agenore, non m'hai
detto sempre che l'Austria  una brutta aquila
bicipite?
  Lo era nel quarantotto. Perch lo stato
dell'Europa, figlio mio,  tutto cambiato.
Napoleone III  stato sconfitto a Sadova.
Bismarck  sceso nella penisola balcanica, e
ha battuto i russi a Plevna; i bulgari hanno
invaso l'Erzegovina, sbarcando nell'isola di
Tabarca; la Francia ha dichiarato guerra
all'Enfida, e ha levato a Thiers le redini del
Governo, tanto  in trambusto; per questo
appunto, l'Austria, ch'era nemica, ora poi,
sfido,  pi amica di prima; e lo stesso imperatore
degli austriaci  anche ungherese,
perch sono due governi, che diventano un
solo, anche per la ragione che Kossuth  sempre
stato a Torino, la nostra capitale, dove
fu amico sempre dell'Italia. Cos sono amici
al di qua dalla Leitha, e al di l dalla
Leitha.
  Scusa un momento, interrompe Eufemia,
ho capito tutto, ma questa Leitha che
vuol dire?
  I governi dell'Austria sono due, cisleitano
e transleitano, mi capisci? ma poi veramente
non sono che uno, e questo Governo
ogni tanto passa al di l dalla Leitha per poi
venire al di qua.
  Scusa tanto, amico mio, ma levami una
curiosit: la Leitha che cos'?
  La Leitha con cui si governa, e che si
chiama la Dieta.
Ma se  Dieta come pu essere Leitha?
Policarpo con doloroso stupore:
  Scusa tanto, cara mia. Io sono Policarpo
e non sono anche De-Tappetti? Dieta  il
cognome.



                         De-Tappetti in villeggiatura.

  Il sogno della signora Eufemia De-Tappetti
 diventato una realt. Policarpo  riuscito
a farsi subaffittare, da un suo collega, una casa
di campagna nelle vicinanze di Frascati.
  Nei tre giorni precedenti alla partenza per
la villeggiatura Policarpo non ha fatto che
ripetere a tutto il vicinato:
  Ah, non ne posso pi; sar meglio che
ce ne andiamo subito al nostro villino.
Un villino?
  Oh, una cosa da niente: una palazzina
di due piani, con un po' di giardino. Venite
pure a trovarmi... quando volete... ma  cos
lontano... c' due ore di cammino, a piedi...
con questo sole... eppoi, una strada impossibile...
il Governo non pensa mai alle strade...
ma venite pure, mi farete tanto piacere.
  La palazzina, tutt'insieme,  una casuccia
rustica, molto vituperata dalle intemperie.
Una porta sbocconcellata, munita di un semplice
saliscendi, mette in una specie di stalla,
che sarebbe la sala da pranzo, per la ragione
che c' la cucina fatta unicamente per abbrustolire
le focacce dei tempi d'Isacco e di
Giacobbe.
  Una magnifica scala di legno, tarlata a dovere,
e abbellita di spaventosi ragnateli, porta
al secondo piano della palazzina, che si
compone di una cameraccia schifosa, divisa
in due da un tramezzo d'assi sconnesse, abitacolo
sacro alle pulci, che professano un verace
attaccamento ai membri della famiglia
De-Tappetti.
  Il giardino consiste in un pezzetto di terreno
incolto, pieno d'erbacce, di sterpi, tra
cui cresce rigoglioso il papavero, l'ortica abbonda,
e i cespugli di corbezzoli si aggraziano
dei loro bottoni di corallo. Il terreno
 cinto da una staccionata cadente in cui lo
stesso compianto Mazzarella non avrebbe trovato
pi posto, per una nuova interruzione.
In un angolo, si vede una cisterna in cui,
secondo la leggenda che corre in paese, i gatti
defunti avrebbero trovato l'estrema dimora
fin dalla pi remota antichit.
  Policarpo, per godere una mesata intiera
tale delizia, ha promesso di pagare 22 lire
dicendo:
  Il sacrificio  grave, ma la salute prima
di tutto.
  La signora Eufemia, sposa e madre felice,
avanti di partire ha gabellato alle amiche
questa pietosa menzogna:
  Policarpo mi voleva fare un abito, ma io
gli ho detto: "Abbi pazienza, caro mio, ma
mi pare una bestialit: la prima cosa che si
deve fare, in campagna,  di mettersi in piena
libert. E poi, non ce l'ho il mio abito di seta
marron?"
  Da lunghi anni, la signora Eufemia parla
con accento convinto e possessivo, di questo abito
di seta marron, che nessuno ha mai visto
e nemmeno lei. La cosa  talmente penetrata
nelle abitudini, che lo stesso Policarpo ha
detto pi volte, disponendosi alla passeggiata:
  Per l'amor di Dio, dolce Eufemia!... non
mettere il tuo abito di seta marron; il tempo
 minaccioso. I miei calli non s'ingannano
mai.
  La partenza per la campagna  un vero
avvenimento per la famiglia De-Tappetti, e
per l'intero vicinato che, sia detto a sua lode,
non ci aveva mai creduto.
  Le lenzuola dentro a un secchio, i fazzoletti,
i calzoncini di Agenore stiacciati nella
cazzerola, le calze e le mutande del genitore,
pigiate bene dentro la pignatta, altri indumenti
rassettati con garbo dentro parecchi
utensili di cucina; il tutto caricato sul gobbone
della serva, l'infelice Rosa, che viene
spedita alla stazione due ore prima della partenza
del convoglio.
  La signora Eufemia, s' messa due abiti,
quello per casa, e quello per fuori, uno
sull'altro, a scanso di maggiori impicci;
Policarpo ha le tasche piene d'ogni sorta di roba,
dai pettini ai cucchiai, dalla scatolina del lucido
per le scarpe, al macinino per il caff.
Il piccolo Agenore  ovattato di stracci per la
cucina, di cartaccia per accendere il fuoco,
ha una padella sullo stomaco e un soffietto
sulla schiena, del quale dice talvolta di sentire
il soffio, la qual cosa non  sufficientemente
appurata dalla storia.
  Tutti e tre hanno le mani impacciate da
fagotti, in cui si celano i misteri della famiglia,
dalle scarpe vecchie, alla conserva
di pomidoro.
  I De-Tappetti salgono sopra un omnibus,
e arrivano alla stazione un'ora prima della
partenza del treno.
  Scusi, dice De-Tappetti, cavandosi il
cappello, a un facchino, mi saprebbe dire
a che ora parte il treno delle 5,50?
Dieci minuti prima delle sei.
  Sempre ritardi! esclama Eufemia: indi,
volgendosi al marito: In che classe si va?
  Andremo in terza... non essendovi una
quarta.
  Finalmente la famiglia  in viaggio. Agenore
non lascia un minuto il finestrino, e
tempesta il babbo di domande imbarazzanti.
Pap! che cosa  il vapore?
  Il vapore  il fumo che penetra nelle
ruote e si converte in forza motrice, per modo
che quando una locomotiva  in movimento
tutti i vagoni le corrono appresso fino
a che si scenda ad una stazione che sarebbe
per esempio Frascati.
Pap! perch si chiamano vagoni?
Perch vagano sulle ruote.
Pap! perch gli alberi fuggono?
  Non  che un'illusione ottica: quanto
pi si va innanzi, l'albero va sempre indietro,
rimanendo fermo al suo posto, cos che,
a poco a poco, si perde di vista; mentre
al contrario, se noi si restasse fermi, l'albero
camminerebbe, cosa che non pu stare, e che
io tuo genitore, non dovrei neanche
permettere.
Finalmente si scende a Frascati.
  Un facchino si offre per il trasporto di
tutto il bagagliume che affligge la famiglia
De-Tappetti.
  No! risponde con voce grave il De-Tappetti,
l'uomo deve bastare a se stesso:
noi abbiamo, in questi fagotti, dei preziosi
ricordi dei nostri avi, e non devono essere
toccati da mani profane, e comecchessia
mercenarie.
  La giornata  afosa; il sole scotta, la strada
 faticosa, la polvere accieca, il caldo 
soffocante; Agenore ha fuori un palmo di
lingua; la signora Eufemia va in acqua dal
sudore; l'infelice Rosa fa salire gli ultimi
rantoli d'una serva oppressa al trono
dell'eterno; Policarpo s'asciuga la fronte, con un
grembialino di Agenore, e dice con voce tronca
e affaticata:
  Qui almeno... si respira un po' d'aria...
un po' d'aria sana... fa piacere... in verit...
che bella frescura!
  A me pare, soggiunge Rosa, che ci si
crepi di caldo.
  Tu non calcoli il peso delle parole,
disgraziata! grida Policarpo. Tu calunnii
la villeggiatura, tu vorresti insinuare nel
core inesperto del mio tenero figlio, un sospetto:
il sospetto che Policarpo De-Tappetti
sacrifichi 22 lire d'affitto per fargli soffrire
in piena campagna il caldo insopportabile
delle grandi citt.
  Scusami tanto, ma io provo un caldo simile
a quello di Roma.
  Policarpo, con un sorriso di profonda
commiserazione:
   naturale: tu ignori che cosa sia un
termometro; il tuo caldo non  che un frutto
della tua ignoranza!
  La famiglia De-Tappetti entra in possesso
della palazzina.
  Pap! quanto  brutta! esclama il piccolo
Agenore.
  Dio mio! mormora la signora Eufemia;
mi pare una spelonca da ladri.
  Voi vi fermate alle apparenze, brontola
Policarpo; voi non cercate che l'opera
dell'uomo, innalzate invece le vostre menti
a contemplare la bellezza della natura.
  La catapecchia, del resto, sarebbe comodissima,
se non mancasse di tutto, specialmente
di mobilio. Rosa accende il fuoco, e
la palazzina si riempie di fumo. I De-Tappetti
sono costretti a fare un cenino all'aperto,
con cinque uova al tegame, e un po' di
prosciutto. All'ora delle galline vanno a letto.
Rosa dorme in cucina sopra un pagliericcio
e Agenore nella stanza superiore, sopra
sei sedie, rese soffici da una quantit di stracci
e di giornali vecchi.
  Prima di coricarsi, Policarpo scrive al suo
capo d'ufficio il seguente biglietto:

Illustre Signore!
  Ho preso oggi possesso del mio villino di
Frascati. Non  una gran cosa;  una modesta
palazzina da povera gente come siamo
noi; ma tutte le volte che V. S. Ill.ma ci volesse
onorare di sua presenza sarei lieto di
porre un appartamento a sua disposizione.
Umilissimo servo
Policarpo De-Tappetti.

  Ma che fai? gli dice la moglie, diventi
matto?
  Mi fo un merito senza costo di spesa; il
principale non accetter mai e poi mai la mia
graziosa offerta.
  Indi Policarpo si sveste e sale a letto: un
letto alto quanto l'arco di Tito, con durezza
analoga, e travertino. Poco dopo  quasi colto
da vertigini, e prima di chiudere gli occhi,
formula questa preghiera:
  Signore! fate che domattina io riesca a
ridiscendere sulla superficie della terra.



                                   Gli amici.

Lerbarola ha detto alla fornaia:
  Proprio vero, sapete! il signor Policarpo
ha affittato una magnifica casina di campagna,
ma una cosa che, dice, bisogna
vedere.
  Come faccia a spendere quella famiglia,
io non lo so. Io che non sono ricca, ma,
infine...
Eh, vorrei averne io la met!
  Insomma si vive abbastanza bene; un
po' di quattrini in disparte ce l'ho... e grazie
a Dio, debiti non ne ho fatto mai.
Dicevo, dunque, che in campagna al giorno
d'oggi, per chi non voglia sfigurare, ci vuole
un sacco di denari. Io lo so, perch quando
sono stata a Nettuno, in due mesi ho speso
pi di cinquanta scudi.
  Notate poi, che la signora Eufemia, a
quanto m'ha detto il cicoriaro, fa un lusso
strepitoso, e la sua serva sostiene che, la mattina,
quando si leva, infila un abito di seta
marron, ch' cosa da rimanere tonti.
  Perdio, che razza di sprechi! E dire che
l'ho conosciuta, io, che non aveva neanche
camicia indosso.
  Eh! gi:  appunto in... questi casi che
arrivano le risorse, quando meno ci si pensa.
  Discorsi quasi simili avvengono tra l'oste
ed il salumaio; tra il droghiere ed il merciaio,
tra il macellaio e l'orzarolo. In questi giorni,
il villino De-Tappetti, sulle bocche del vicinato,
 salito alle proporzioni gigantesche
del palazzo reale di Caserta; l'erbarola  convinta
che la signora Eufemia si cambi, ogni
quindici minuti, un abito di seta marron.
  Sabato, il povero Policarpo, ricev questa
cartolina postale:

Di casa, 13 Agosto.
Chaco amicco!... Veniamo con questa a
dirte che sttiamo Bene tutte cuante, come
spero di Te, con la tua siniora e il regazzino.
Dichome  positivo che vi nuoiate, abbiamo
pensato di farve un improvissata per la madona
d'Agosto venendo, che siamo in Domenica,
tuttin sieme, Vale a dire la mi ammoglie
con Augusto, e li nostri vicini, la famiglia
Puritano, indove che ce pure la Sora
Amalia, e si far molta allegria che portiamo
noi due polli e che ti ringrassio dell'hamicizia
Tanti saluti.
Fessio natissimo Colandrea.

  De-Tappetti resta pietrificato. La signora
Eufemia non trova, in mezzo a tanto dolore,
una parola di conforto; non proverebbe spavento
maggiore, se le dicessero che la sua
veste di seta marron esiste realmente, e che
si  macchiata d'olio sul davanti.
   domenica. Tutta la famiglia De-Tappetti
sta in piedi fino dall'alba. Policarpo, ogni
cinque minuti, alza gli occhi al cielo nella
speranza d'una burrasca che mandi a monte
ogni cosa. Il cielo invece  cos beffardamente
sereno, che mette l'urto di nervi. Eufemia
d ordini alla serva; ma Policarpo non
d quattrini.
Perci si passa di modificazione in modificazione.
  Lunga e dolorosa  la compilazione
del menu, che resta fissato in queste
proporzioni: due chili di carne, due di fettuccine,
dieci soldi di formaggio, tre litri e
mezzo di vino, con incarico a Rosa di allungarli
in sei bottiglie; infine otto soldi di frutta,
pi tre soldi di pizzutello, per procurare
una conveniente colica ai ragazzi.
  Agenore ha l'incarico di togliere i sassi dal
giardino. Rosa leva le ragnatele dalla cucina,
Policarpo, con metodica regolarit, pianta
una serie di chiodi nelle gambe vacillanti
delle sedie, con la speranza che ne derivi qualche
strappo ai calzoni del Colandrea o del
Pulitano. Si fanno sforzi inauditi per dissimulare
la crollante miseria della casupola;
perfino un vecchio scialle di Rosa viene messo,
a guisa di cortinaggi, alla finestra della
camera da letto. Sopra il giaciglio di Agenore
viene posto un mucchio di paglia, e lo
si copre di mutande, di camicie, di pedalini,
di straccetti, di grembiali, e altro, per far
credere che sia la resa della lavandaia.
  Suonano le dieci... le dieci e mezzo... sono
quasi le undici... Policarpo comincia a
respirare.
  Ah! forse non verranno, quei birbaccioni...
avranno riflettuto, che, francamente,
sarebbe un incomodo troppo grave... quel Colandrea
 uomo di buon senso... fors'anche
avranno perso il treno...
Ma ecco Agenore che viene gridando:
Eccoli che arrivano!
  Il diavolo se li porti! indiscreti, scrocconi,
villanacci, infami! strilla Policarpo,
indi correndo incontro alla signora Paolina
Colandrea, alla signora Amalia Codarelli, alla
signora Eulalia Pulitano:
  Ma che dolce sorpresa! ah! una magnifica
improvvisata... avete fatto bene...  una
gran prova d'amicizia; entrate, accomodatevi;
Rosa! prendi i cappelli... dia pure a me,
signora Eulalia... ecco, prendi, mettili al piano
superiore.
  Ho detto... andiamo a fare una visita a
Policarpo, esclama Tonio Colandrea, omaccione
dalle larghe spalle.
  Benone... benone... ne sono incantato!
balbetta Policarpo, ma viene interrotto dalle
grida e dai pianti del piccolo Augusto.
  Che hai, che strilli in questo modo? gli
domanda la signora Paolina.
  Agenore m'ha messo in bocca una manata
di terra.
  Agenore! grida severamente il padre,
 questa dunque l'educazione che t'insegno?
Ricrdati bene che l'amore del prossimo
 la prima cosa. Chi dimentica le massime
paterne, si trova sempre esposto alle torture
del rimorso, come pure a un paio di calci,
che ti dar senza pregiudizio di un altro paio
che tu potrai ricevere, a sussidio di questi
miei insegnamenti.
  La signora Eufemia, con impetuosa rapidit,
affinch non si possano fermare all'esame
dei dettagli, fa visitare agli ospiti la casuccia
e il giardino. La famiglia Colandrea
scambia occhiate e sorrisi epigrammatici con
la famiglia Pulitano, mentre va soffocando di
complimenti esagerati la povera Eufemia,
che suda sangue come Cristo nell'orto.
  Ma che bella Casina! quant' pulita!
quant' ariosa con tutti i comodi!
  Finalmente si va a tavola. Gli uomini si
sono messi in maniche di camicia. I coniugi
De-Tappetti hanno, in luogo dei tovaglioli
ceduti agli ospiti, due asciugamani sulle ginocchia.
Rosa versa abilmente una porzione
di fettuccine sull'abito sgargiante della signora
Amalia. Nestore Pulitano rovescia una
bottiglia di vino e Policarpo esclama con le lacrime
agli occhi:
Non  niente, allegria!
  Tonio Colandrea comincia uno dei suoi invariabili
discorsi:
  Una volta  accaduto lo stesso nel '65...
anzi no, nel '72: eravamo in casa di Atanasio,
quello che ha sposato la figlia di quel
droghiere, che aveva due case, una in via
Rasella, e l'altra... non mi ricordo pi, quel
droghiere che era il nipote di Boccolini il
notaio... Boccolini, per Dio!... il famoso Boccolini,
quello che sua moglie si faceva corteggiare
dal giovane Alessi... Alessi, quello di
borsa... che suo padre, figuratevi! ci davamo
del tu, vendeva pannine all'angolo di
via dei Coronari... come? il vecchio Alessi?
che aveva tre figlie una delle quali maritata
col segretario del principe di Cassano,  impossibile
che non l'abbiate conosciuto.
  Paolina Colandrea non parla d'altro che
del gran caro dei viveri. Nestore Pulitano,
il barbiere, passa in rassegna i suoi avi, risalendo
all'epoca delle crociate, mentre Eulalia
Pulitano esclama, ogni tanto,
meccanicamente:
  Era una grande e nobile famiglia quella
dei Pulitano!
La vedova Amalia Codarelli non parla mai.
  A un tratto Agenore fa strillare il piccolo
Augusto, come un demonio.
Che hai?
  M'ha cacciato in bocca un mucchio di
ragnatele.
  Agenore! grida con voce stentorea Policarpo;
scendete subito di tavola e venite
a ricevere, da figlio obbediente, quei due calci
che vi spettano, e che un padre deve inculcare,
nei pi gravi momenti della vita, alla
propria figliuolanza.
  Il pranzo  finito. Gli ospiti se ne vanno in
fretta e in furia; Eufemia bacia le donne
mostrando sugli occhi il pianto dell'amicizia.
Policarpo stringe la mano agli uomini,
dicendo:
  Venite pure tutte le domeniche... Venite,
per amor di Dio.
Indi rimasto solo:
  Se avessero il coraggio di ritornare, sento
che offrirei loro un piatto di fettuccine
all'arsenico.
  Rientrando in casa, egli vede Agenore immobile
a capo chino, in mezzo alla cucina.
Che fai?
Aspetto due calci, pap!...
E Policarpo dolcemente:
  Va' pure a riposare, figlio mio; te li dar
domani, a colazione.


                                Ruoli organici.

  Policarpo De-Tappetti ha letto sui giornali
che all'ordine del giorno della Camera
erano comparse quelle cose girevoli che
si chiamano i ruoli organici.
  Policarpo ha provato, nelle sue viscere di
impiegato straordinario, un rimescolio a cui
non doveva certamente essere estranea,
insieme con l'affezione rispettosa verso i proprii
superiori, una zuppa di fagiuoli andata
a male, per colpa della serva, la quale ha
stretto col garzone del salumaio un'untuosa
relazione, di cui non si dar certo lettura
in apposita commissione parlamentare.
  Policarpo De-Tappetti, forte della sua lunga
e provata devozione agli ordini costituzionali,
ha comunicato al suo caposezione,
per debito d'ufficio, una regolare e documentata
flussione di denti, grazie alla quale egli
ha potuto assistere alla seduta, sia per acquistare
la convinzione personale dell'esistenza
dei ruoli organici, sia per abituare suo
figlio Agenore alla religione d'un progetto
di legge, che potr essere discusso nei giorni
in cui Policarpo De-Tappetti sar sceso sotterra,
lasciando un'eredit di affetti e di
scarpe di panno, mentre suo figlio Agenore
De-Tappetti tirer il carro dello Stato, o
altro veicolo congenere e non meno
nazionale.
  Policarpo  alla tribuna pubblica, appoggiato
all'ultimo banco, e Agenore, che ha trovato
posto nel banco sottostante, si volge al
babbo e dice:
Pap, i fagiuoli mi hanno fatto male.
  Non mormorare, figlio mio: anche
nell'umilt dei fagiuoli c' qualche volta la
mano della provvidenza.
  Emesso questo pensiero filosofico, Policarpo
si concentra in se stesso, come, al pari forse
di Agenore, udisse qualche voce interna
non abbastanza amalgamata con quella della
coscienza.
  Comincia intanto la discussione sugli
organici.
  Pap! domanda Agenore, reprimendo
un moto dell'anima, che somiglia ad un sospiro,
pap mio, me li fai vedere i ruoli
organici?
  Figlio mio: i ruoli organici sono una cosa
essenzialmente immateriale: nessuno li
pu vedere e, purtroppo, nessuno li pu toccare.
Guarda piuttosto il deputato Plebano,
che parla adesso sopra i pubblici bisogni; egli
era l'unica persona che avesse un Avvenire
sul quale ha scritto tanti articoli, a favore di
noi poveri impiegati; ma ormai non c' pi
avvenire disgraziatamente per noi, e grazie
al cielo neanche per lui.
Momento di pausa.
  Ascolta bene quello che dice l'onorevole
Plebano: gli organici non potranno mai essere
cosa seria e stabile, se non si organizzano
prima i pubblici servizi i quali non rispondono
ai pubblici bisogni.
  Pap, quand' che si provano i pubblici
bisogni?
   meglio passarci sopra, figlio mio; l'argomento
 troppo grave. Quando un regnicolo
ha un bisogno, questo non  che un bisogno
privato, poich deriva appunto da una
privazione. Ma se, invece, un popolo, compenetrato
nella propria esistenza di consorzio
civile, s'inculca bene nel potere legislativo,
e manomette le riforme organiche delle
tabelle definitive, allora tutti provano qualche
cosa che non si spiega, la quale sarebbe
appunto un pubblico bisogno, che deve corrispondere
ai pubblici servizi.
Corrispondere... che cosa?
  Mi spiegher con un esempio: un cittadino
morigerato prova un bisogno pubblico.
Che cosa fa egli in simile frangente? Ricorre,
col rispetto che si deve, al potere legislativo, e
gli dice: io ho il tale bisogno pubblico, la mi
faccia un po' lei corrispondere a quel servizio
che di dovere.
E allora?
  Allora il potere legislativo lo manda a
quel servizio.
  L'onorevole Treppunti intanto dice che non
capisce come si vogliano migliorare gli stipendi
senza migliorare i servizi; l'onorevole
Cavalletto parla della piaga dei sollecitatori
e del sospetto di corruzione; l'onorevole Fortis
raccomanda la sorte degli impiegati straordinari;
l'onorevole Zeppa sostiene che la
sinistra ha migliorate le condizioni della travetteria,
e Policarpo De-Tappetti, che ha paura
di perdere ogni speranza, comincia, non
foss'altro, a perdere la testa.
  Agenore, intanto, torcendosi e facendo
qualche cosa che somiglia ad un singhiozzo,
esclama:
Pap! i fagiuoli.
  Agenore! risponde Policarpo con accento
d'ineffabile malinconia. Ti prego di
sospendere, momentaneamente, le dolorose
manifestazioni di un animo, turbato da legumi
troppo coriacei. Noi ci troviamo davanti
a un'assemblea legislativa che sta votando
un milione in nostro favore...
Un milione?
  S, figlio mio!... un milione, di cui non
avr, naturalmente, neanche un soldo; ma
 sempre decoroso, per una famiglia come la
nostra, avere partecipato moralmente, idealmente,
al possesso d'un milione.
  Dimmi, pap: con questo milione, mi
comprerai qualche cosa?
Policarpo intenerito:
  S, figlio mio, ti procurer qualche
divertimento: domani ti porter al Pincio a
vedere il tramonto.  bene che gli animi dei
giovincelli si ritemprino ai grandi spettacoli
della natura.



                                   Il Natale.

   la mattina di domenica. Dalle nove alle
undici, consulto tra Eufemia, Policarpo e
Rosa, per decidere il programma del pranzo
natalizio. Solamente alle undici e un quarto
la lista definitiva rimane composta cos, a base
di patate:

Gnocchi al sugo;
Patate con contorno di pollo;
Arrosto di manzo con contorno di patate;
Patate fritte con contorno di spinaci;
Cicoria e patate per insalata;
Mezzo fiaschetto di Aleatico;
Caldallesse, invece di marrons glacs;
troppo indigesti;
Sei soldi di cialdoni;
Tre mele e quattro soldi di formaggio.

  Policarpo vorrebbe aggiungere alla lista
due tazze di caff: ma resta spaventato dalla
propria audacia.
  Combinato il pranzo, la famiglia De-Tappetti
procede al proprio abbigliamento
festivo.
  Agenore, col pennello da barba, insapona
religiosamente una spalliera di seggiola, e
ogni tanto strilla, con voce acutissima:
  Pap, oggi che  Natale, mi ci porti al
teatro meccanico?
Policarpo fruga in ogni ripostiglio e grida:
Eufemia.
Eufemia. Che hai, che strilli?
Policarpo. In nome di quei doveri di sposa
e di madre, a cui si deve ispirare la tua
condotta, mi sai dire dove diamine hai ficcato
il lustro per le scarpe?
  Eufemia (alla serva). Rosa: dove avete
messo il lustro per le scarpe? dov' il mio
talma, quello con le perline nere?
  Policarpo (esterrefatto). Gesummio! Si
sarebbe perduto il tuo talma! dunque la mia
famiglia  sopra un abisso?
  Agenore. Pap: oggi ch' Natale, mi ci
porti al teatro meccanico?
  Policarpo, volgendosi verso Agenore, lo vede
pi che mai dedicato all'insaponatura della
spalliera, e gli grida:
  Nequitosa creatura, tu sperperi in tal modo
quella schiuma che  precisamente destinata
al mento del genitore? e tu mi rovini,
con tanta animadversione, quella seggiola,
che serv di base alla santa memoria di tuo
nonno? e tu manometti con precoce impulso
di brutale malvagit, quel pennello cui pu
solamente adibire la barba paterna?
  Eufemia (minacciando Agenore). Metti
subito via il pennello se no ti tiro quello che
mi viene alle mani.
  Policarpo. Ed io quello che mi viene ai
piedi, che poi sarebbe il frutto della mia legittima
indignazione.
  La serva con faccia stordita, esce, tutta impolverata,
dalla cucina e dice:
Signora, il lustro non si trova.
  Policarpo. Come: non si trova? Bisogner
trovarlo per forza. I miei mezzi non permettono
enormi spese voluttuarie in tante
scatole di lustro. Ne abbiamo comprata una,
che non sono neppure tre mesi. (Agitato da
fiero sospetto) Ma dunque voi me lo
mangiate?
  Agenore. Pap: oggi che  Natale mi ci
porti al teatro meccanico?
  La signora Eufemia, tutta rossa,
scalmanata:
  Ecco qua: l'ho trovato io il lustro; (porgendolo
a Policarpo) era fra le tue carte.
  Policarpo (alzando il lustro e gli occhi al
cielo). Fra i miei documenti! Fra quelle pagine
immarcescibili, che sono il testimonio
oculare della mia integrit cittadina! (Principiando
a lustrare) Un giorno, di questo passo,
lo troveremo nella sporta del pane, o nella
concolina in cui ci laviamo le fisonomie
familiari, o su quel cuscino, ch' il capezzale
delle mie notti. Eufemia: casa De-Tappetti
 nella pi assoluta decadenza. (Scopettando
con rabbia) Agenore: lascia stare il gatto!
Te l'ho detto cento volte.
  Agenore. Pap: l'ho mandato via perch
era sullo scendiletto e stava facendo...
  Policarpo (con amarezza). Anche l'altro
giorno era sul mio soprabito blu e fece... quel
gatto non ha principio di educazione!
  Agenore. Pap: oggi ch' Natale, mi ci
porti al teatro meccanico?
  Policarpo. Quanto sei noioso e degenere,
figlio mio!
  Eufemia (irritata). E tu rispondigli una
volta, senza farlo svociare.
  Policarpo (al figlio). Che vuoi? parla! e
parla senza omologare di singhiozzi il tuo
ragionamento.
  Agenore. Pap: oggi ch' Natale, mi ci
porti al teatro meccanico?
  Policarpo (con voce solenne). Prima di
tutto, dobbiamo andare a spasso, e per via decideremo
quale spettacolo convenga alla puerizia.
I soli divertimenti educativi dovranno,
onestamente, ricreare questo connubio
nell'atto che, manoducendo la sua prole, si permetter
di gavazzare, senza intempestivo
dispendio.
  Entra Rosa con un cencio nero in mano,
che butta in braccio alla signora
Eufemia.
Rosa. Ecco il talma con le perline nere.
Eufemia. Dov'era?
Rosa. Era... era...
  Policarpo. Siate veridica nei vostri domestici
referti.
  Rosa. Io non so chi ce lo abbia messo, ma
era sulla cesta del carbone.
  Eufemia. Il mo talma sulla cesta del
carbone!
  Policarpo. Il carbone sul talma della cesta
di mia consorte?
Rosa sparisce, di corsa, in cucina.
  Policarpo fissa sul talma due occhi pieni di
lacrime.
  La signora Eufemia incretinisce a vista
d'occhio.
  Policarpo (con gesto pieno di nobilt e di
energia). Mostriamoci forti e parati sempre,
nelle pi dure controversie della vita. Mettiti
quel talma che ci costa tanti dolori e usciamo.
Nulla turbi la nostra festiva giocondit
natalizia.
La signora Eufemia eseguisce meccanicamente.
Escono tutti e tre.
Poca gente nelle vie.
  Policarpo trascina Eufemia, che trascina
Agenore, che trascina un carrettino sfiancato
mediante un pezzo di spago.
La famiglia De-Tappetti si reca al Pincio.
  Sono le dodici e mezzo, e in tutto il Pincio
non si vedono dieci persone. Policarpo costringe
il figlio a leggere i nomi dei grandi uomini
in marmo; indi gli infligge un'ammirazione
di un quarto d'ora avanti ai cigni del
laghetto. In ultimo dilapida la somma di tre
soldi per procurargli cinque minuti
d'altalena.
  Dal Pincio, la famiglia De-Tappetti corre
a San Pietro. Sulla piazza non c' anima
viva. Policarpo spiega il sistema ingegnoso
col quale fu eretto l'obelisco, mediante funi
riscaldate, secondo lui, mentre il Papa gridava:
Fuori i barbari!
  Da San Pietro, la famiglia De-Tappetti corre
a piazza di Termini per vedere i cartelloni
del serraglio delle belve.
  Da piazza di Termini, la famiglia De-Tappetti
corre nella chiesa d'Aracoeli, dove Agenore
declama la seguente poesia davanti al
presepe:

Queste feste natalizie
Faccia il ciel che concilii
Le sue grazie pi propizie
Come ci che ci ha concesso
Dopo avercelo promesso
Ch'apparisce alla capanna
E nascesseci il Messia;
Tra gli evviva tra gli osanna
Gridiam tutti e cos sia.

Versi, manco a dirlo, di Policarpo.
  Dall'alto della scalinata dell'Aracoeli, la
famiglia De-Tappetti si precipita verso casa.
  Policarpo (con gioia repressa dalla dignit).
Che ne dici, moglie mia? ci siamo divertiti
abbastanza?
  Eufemia (cascando a pezzi). Quanto a
me...
  Policarpo. E tu, Agenore, ti sei
divertito?
Agenore. No, pap.
  Policarpo. Ecco le conseguenze dell'abuso
dei piaceri! Agenore, ti do cinque minuti di
tempo, per rettificare la tua primitiva
asserzione.
Agenore. Ma io mi sono seccato.
  Policarpo. E io, forse, non mi sono seccato
pi di te? Ma oggi  festa, e tu devi imitare
la paterna ilarit. Ti ordino di essere
contento, e di abbandonarti a segni di giubilo
manifesto. Vuoi ubbidirmi, s o no?
Agenore. Ti ubbidisco subito, pap.
E si mette a piangere come una fontana.



                            De-Tappetti al veglione.

  Sono le otto di sera e la signora Eufemia
De-Tappetti non connette pi. Agenore
salta sulle sedie. Policarpo ha promesso
di condurli, tutt'e due, al veglione del
Costanzi.
  La seta di un vecchio ombrello, prendendo
la forma d'un prodotto assai comune della
ceramica nazionale, sar la cuffia della
signora Eufemia: il resto del costume da maschera
 composto d'una cortina e d'un vecchio
scialle a scacchi neri e rossi, ridotto
a qualche cosa che potrebbe essere classificata
appena tra il domino e il sacchetto della
tombola.
  Il costume di Agenore , forse, meno splendido
quanto ai particolari, ma di elegante e
incantevole semplicit.
  Egli ha indosso un paio di mutandine sue;
una camicia della mamma legata alla cintura;
un cache-nez di pap messo a tracolla;
infine un cappello conico, formato di gazzette,
incollate una sull'altra, con rabeschi di
carta dorata, il cui costo non pu essere inferiore
ai due soldi, senza contare una costellazione
d'ostie da lettere, attaccate dalle
mani stesse del genitore.
  Il quale, quanto a se stesso, ha deciso di
non alterare le proporzioni quotidiane della
persona.
Egli ha detto:
  Un funzionario dello Stato non pu comecchessia
obliterare la compagine individuale,
e tu stesso, figlio mio, impra che, arrivati
ad una certa et, se continui ancora
a mangiare le ostie del cappello, ti mando
subito a letto su due piedi, e anche sopra il
mio.
  L'andata dei coniugi De-Tappetti al veglione
 un avvenimento per il vicinato.
  La signora Eufemia, verso il meriggio, era
scesa a comprare spilli e fettucce, spesa molto
notata dalla cicoriara che sta sul portone;
e poi la stessa signora Eufemia aveva detto al
norcino:
  Pi tardi mander la serva a prendere
una costoletta di maiale; badate che sia buona,
poich stasera dobbiamo andare al
Costanzi.
  Al momento della partenza, casa De-Tappetti
pare una maledizione. Policarpo, con
gli occhi di fuori, ha un pezzo di sapone in
una mano e la scatolina del grasso lucido
nell'altra. Agenore strilla che gli cascano
le calze. Policarpo sputa sul sapone, e lo
strofina contro le scarpe. Accortosi dello sbaglio,
butta lungi il sapone, corre alla catinella,
e vi immerge la scatola del grasso lucido,
per lavarsi le mani.
  La signora Eufemia pare una spiritata: ella
non fa che gridare:
  Dio mio, questi balli saranno la mia
rovina.
  Finalmente tutto  in ordine. La signora
Eufemia s' messa in testa la cuffia, e Agenore
ha mangiato le ultime ostie rosse.
Policarpo d il braccio destro alla sua signora,
prende per mano il bambino, e scendono in
istrada, fra i susurri delle lavandaie, della
cicoriara, del norcino e dell'orzarolo, il quale
si mette a gridare:
Fate largo, che passa il tabernacolo...
  Trafelati, con la lingua di fuori, le scarpe
piene di fango, i De-Tappetti arrivano al
Costanzi, dopo un'ora di cammino.
  Ballottato dalle maschere, trascinato in
mezzo a ondate di giovanotti, Policarpo conserva,
a stento, la sua proverbiale dignit.
Dopo una quantit di guai, i coniugi De-Tappetti
riescono a penetrare nella platea. La
signora Eufemia resta incantata. Dice che
le pare di essere in chiesa. Agenore non vede
nulla e pretende di salire sulle spalle
del babbo. Policarpo resiste, Agenore piange
e pesta i piedi. Per farla finita, Policarpo
lo prende in collo. Ma una quantit di maschere
circonda la famiglia De-Tappetti e
le d la baia. Policarpo alzando gli occhi al
cielo ha la fortunata ispirazione di salire in
galleria.
  Quivi respira. Eufemia si mette a sedere,
Agenore pu vedere tutto quanto, e tempesta
di domande il genitore.
Pap! che cos' quella luce bianca?
 la luce elettrica.
Come la fanno?
  Mediante una combinazione chimica: si
mettono a bagno i carboni, s'avvicinano i poli,
s'accende un fiammifero davanti a uno
specchio, si gira la corda di bengala, e allora
viene l'ingegnere Sfondrini, e dice:
"Questa  la luce elettrica".
Anche il gaz  una luce elettrica?
  No, figlio mio. Il gaz non  altro che il
risultato della compagnia che lo fabbrica, e
che si chiama gazometro: poi lo chiudono
nei tubi, e lo portano al Municipio, chi ne
vuole va dal sindaco, paga, e si fa dare la
pressione, che gli serve anche di ricevuta.
  Pap! guarda quella mascherina bianca...
la vedi? perch quel signore le ha dato
un bacio?
  Egli  un suo fratello, che le d l'addio,
essendo in procinto di partire per
l'America.
  Policarpo, bisbiglia la signora Eufemia
con accenti di terrore, mi si sono rotti
parecchi uncinetti: mi casca... tutto...
quanto.
Per amor di Dio!
Vedi un po' di trovarmi degli spilli!
E dove vuoi che te ne trovi?
  Pap: che significa tutte quelle figure nel
soffitto?
  Sono le nove muse... dovevi badarci prima
d'uscire di casa... quelli sono i cavalli che
tirano i carri del sole... ti casca sempre qualche
cosa!... quest'altro  il genio della commedia...
bella figura facciamo, perdio!... il
mare coi cigni rappresenta la mitologia... vedi,
se puoi aggiustarti in qualche modo... e
quelle nere che ballano, sono altre nove
muse... ce la fai! ce la fai?
Non  possibile.
Pap, pap.
  Ma stai zitto un momento, non vedi che
la mamma si demolisce?
I coniugi De-Tappetti scendono con precipitazione.
  La signora Eufemia si regge le
gonnelle, Agenore si fa trascinare come un
carretto e giunto nel vestibolo, indica la statua
di Giulio Cesare e grida:
Pap, chi  quell'uomo nero?
  Quell'uomo  un imperatore romano, il
quale... il quale...
Il quale che?
  Il quale, figlio mio, se me lo domandi
ancora una volta t'arriva un paio di schiaffi.


                               Rivolta femminile.

  Sono le otto e tre quarti di sera. Sul tavolino,
coperto da un vecchio scialle a
scacchetti verdi e turchini, risplende un lume
a petrolio col piede lucido per l'untume, il
cristallo incrinato e un giornale ridotto a paralume
col sussidio d'una spilletta arrugginita
e di due mollichelle di pane masticato.
Questo paralume, da oltre due anni, forma
l'orgoglio dell'autore, Policarpo De-Tappetti,
il quale, con gli occhiali sul naso e il
labbro inferiore penzoloni, sta rifacendo la
punta ad un par di vecchi pedalini che paiono
rosicchiati dai sorci. Agenore, con un paio di
forbicette, fa una quantit di ritagli di carta,
ai quali, mentalmente, si propone d'appiccare
il fuoco, appena i genitori abbiano voltato le
spalle. La signora Eufemia, vestita di percalle
a righe pistacchio,  sprofondata nel vecchio
monumentale seggiolone comprato all'asta
pubblica per lire 14,75, e destinato a serbatoio
di pulci per uso esclusivo della famiglia.
La signora Eufemia  assorta nella lettura
di un mezzo foglio, dentro al quale Rosa
ha portato la senape destinata ai pediluvii di
Policarpo.
  L'attenzione della signora Eufemia  concentrata
su questo breve resoconto:
  Domenica le donne radicali di Parigi tennero
un gran comizio. Luisa Michel teneva
la presidenza. Era vestita di nero. Essa disse:
" giunta l'ora della rivolta per le donne. Il
codice civile  fatto contro di lei; essa lo deve
riformare. Se essa lo avr sar libera. Vi dovete
rifiutare a lavorare se non vi pagheranno
come volete". Martel disse: "L'uomo 
un animale tanto basso, che non ve n' alcuno
che lo equipari. Mercanteggia il cibo alla donna,
quando non glielo ruba". Un'altra donna,
la cittadina Grippa, disse: "Rifiutatevi di dare
i vostri amplessi agli uomini. Non siate pi
operaie, se non vi mettono allo stesso livello
dell'uomo: non siate pi donne perdute:
scioperiamo. Lo Stato dovrebbe indennizzare la
donna tutte le volte che questa prestasi a farsi
fecondare".
  Questa lettura getta il turbamento nel cervello
ancora verginale, nonch idiota, della
signora Eufemia, mentre Policarpo, da cinque
minuti sani, si riprova inutilmente a introdurre
il filo nella cruna dell'ago. Agenore,
con la fatale irriverenza di questo secolo,
guarda gli sforzi del genitore con sorriso di
scherno.
  Policarpo ci si prova ancora sei o sette volte,
poi si inquieta e dice a Eufemia:
  Fammi il piacere d'infilarmelo tu, perch
io non ce la fo.
E volgendosi al piccolo Agenore:
  E non  lecito a qualsiasi prole ostentare
la prevaricazione d'una perniciosa ilarit,
mentre il genitore  periclitante nell'adempimento
delle sue funzioni notturne, hai
capito?
E poi alla moglie:
  Eufemia! Saresti dunque sorda alla voce
del dovere nonch a quella del tuo
consorte?
Eufemia trasalendo:
Che vuoi?
Infilare quest'ago.
  La signora Eufemia, con accento pieno di
amarezza:
  Riformate prima il codice civile, o Policarpo,
e poi v'infiler.
  Policarpo, stupefatto, guarda fisso il paralume,
poi guarda Agenore, che guarda la
mamma, che guarda Policarpo, che dice:
  Eufemia, rientra in te stessa, tu sei
evidentemente sotto l'erubescenza d'un sogno.
Guardami bene: io sono Policarpo tuo. Tu ti
trovi nel santuario della tua famiglia, e questi
pedalini stessi (agitandoli) rappresentano
uno di quei teneri vincoli sui quali riposa
il matrimoniale consorzio. Eufemiuccia! da'
un poco di pizzichi alle tue sembianze e riconduci
la mente sul sentiero della realt e
di questo salottino dove aleggia la domestica
gioia e dove anche la domestica dorme sul
canap. Eufemia! infilami l'ago... cidenti! m'
cascato!
  Policarpo si mette pecoroni alla ricerca
dell'ago, che dev'essere sparito in una delle tante
crepe polverose dell'ammattonato.
  Eufemia, guardando il marito carponi, si
fa rossa d'indignazione e borbotta:
  Martel ha ragione. L'uomo  un animale
tanto basso che non c' alcuno che lo
equipari.
  Policarpo s'insinua sotto il tavolino e riceve
dal figlio Agenore una pedata sopra un
occhio. Il genitore, offeso, irritato, alza la
testa, batte nel tavolino, si fa un bernoccolo,
il lume traballa, minaccia di rovesciarsi e Policarpo
strilla:
  Figlio sciagurato! Tu vuoi dunque abbandonarti
al massacro di chi t'ha dato la
vita? (Uscendo di sotto alla tavola) Tu hai
attentato al lume dei miei occhi e a quello
a petrolio, che avrebbe potuto distruggere
nelle fiamme il nostro modesto patrimonio e
anche il matrimonio, te compreso, mostro
d'ingratitudine! Chi t'ha insegnato di venire
alle mani coi piedi?
  Policarpo alza sopra Agenore un braccio
minaccioso, precursore d'uno schiaffo paterno.
Agenore scappa in cucina.
  Eufemia corre nella camera da letto
esclamando:
  Dire che mi sono prestata a farmi fecondare
da un uomo simile e... senza indennit
governativa!
  Policarpo rimane atterrito, estatico, davanti
alla scomparsa fulminea dei membri della
famiglia.
  Per un momento, egli crede d'esser ecceduto
nell'esercizio della paterna potest, e
mezzo tonto, entra nella camera da letto.
Eufemia, curva sui cuscini, pare oppressa dai
singulti. Policarpo la piglia dolcemente sotto
le ascelle, con movimento di burocratica
tenerezza.
  Memore delle parole della cittadina Grippa,
Eufemia si rivolta come una biscia e dice
a Policarpo:
  Tutto  inutile, o signore! io rifiuto di
dare i miei amplessi agli uomini. Io comincio
a mettermi in isciopero.
  Eufemia! dice Policarpo, trasognato,
tu non sai quello che dici. La tua esagitata
parola dimostra l'abrogazione delle tue facolt
mentali. Eufemia! guardami: guardami
bene... sono Policarpo.
  No; tu sei un animale tanto basso, che
non vi  alcuno che ti equipari.
  Ma no: Eufemiuccia! io sono Policarpo
tuo, sono quel Policarpo identico al quale sei
unita in nodo indefettibile: raccogli i tuoi
ricordi! tu hai associato la tua vita integerrima
alle mie immacolate generalit, e questa
unione  stata fecondata.
Eufemia con accento drammatico:
  Arrestatevi; io non intendo pi di prestarmi
a farmi...
  Eufemia: tu dunque vuoi postergare i
santi doveri di sposa e di madre?
  Voglio essere posta allo stesso vostro
livello.
  Come! tu vorresti emarginare le pratiche?
le circolari? archiviare gli atti? protocollare
delle evasioni?
  Voi avete fatto il codice civile contro di
me! urla Donna Eufemia.
  Signora! conclude gravemente Policarpo,
voi accusate un pubblico funzionario
d'avere manomesso il palladio della convivenza
civile, e questo  il colmo dell'animadversione,
contro gli ordinamenti sociali.
Voi offendete, in me, il funzionario, il marito,
l'uomo, il Policarpo, voi, voi che dovreste
essere l'angelo del cubicolo familiare, voi
che...
Dopo un minuto di riflessione:
  Fra noi due dovr, ulteriormente, intercedere
una separazione di beni e di toro...
  Ma che toro! esclama Eufemia. L'uomo
 un animale cos basso che non c' toro
che lo equipari.



                               Agenore smarrito.

  Sono le nove e tre quarti di sera. Casa
De-Tappetti  immersa nella pi profonda
costernazione.
  La serva, seduta nel cantone pi oscuro
della sala da pranzo, appoggia la fronte sopra
la spalliera e dorme in preda alle pi
strazianti inquietudini.
  La signora Eufemia - dimentica di ogni
delicato senso di pudore -  mezzo vestita e
mezzo no, e il suo seno potrebbe presentare
ancora qualche attrattiva agli occhi autorevoli
di Policarpo, s'egli non si ostinasse
a fissarli sui propri stivali con una costanza
degna di migliore scarpa.
  La signora Eufemia, ogni tanto, fa un salto
alla finestra, e guarda, con rapido movimento
di testa, ai due lati della via.
  Indi, ritorna mestamente accanto a Policarpo
che continua a considerare le proprie
scarpe sotto un altro punto di vista, pi
patriottico, ma non meno doloroso del
precedente.
Policarpo, con voce cavernosa:
Hai visto niente?
Niente; povera creatura.
Policarpo, reprimendo i singulti:
  Era il nostro amore! Era il nostro sangue,
Eufemia! Era il mio ritratto! Il mio animo
di padre  straziato nelle sue viscere immediate!
Dio, abbiate piet di noi; io non
domando al cielo che una grazia sola:
ricuperare mio figlio, per abbracciarlo teneramente,
e metterlo, dieci giorni, a pane ed
acqua.
Indi, volgendo gli occhi sopra la serva:
  Oh, femmina religiosamente devota ai
doveri di cittadina e di domestica! la tua vita
 un sacerdozio, che mantiene acceso il
sacro focolare della famiglia, e comprende
nel salario gli affetti d'un vergine cuore,
retribuito mensilmente con pari tenerezza.
Guarda, moglie mia, la povera Rosa. Ella
non ha pi il coraggio di pronunciare una
qualsivoglia parola. La commozione la
opprime.
  Perdona, amico mio, a me pare che
russi.
  T'inganni! non  che il rantolo d'un
cuore esulcerato.
  La signora Eufemia, sospirando a mantice,
ritorna, quasi barcollando, alla finestra.
  Policarpo fa due o tre passi, poi s'arretra
e dice con accento severo e fatale:
  Eufemia, non  pi tempo d'esitare. Io
devo perlustrare tutti i sette colli, anche a
costo di fiaccare il mio. O ritrover il nostro
caro Agenore, o tu sarai vedova anzi tempo.
Io ne morir.
  E io verr a piangere continuamente sulla
tua fossa.
  Cos dicendo, cadono uno nelle braccia
dell'altra.
  Per essere storicamente esatto, devo dire
anzi che Policarpo, avendo sbagliato la misura,
cade invece sopra il lavamani, e manda
in pezzi la catinella.
Rosa si sveglia di schianto, e grida:
Madonna mia, gli spiriti!
  E Policarpo, uscendo, con accento
filosofico :
Gli spiriti sono eccessivamente depressi.
  E, ricalcando la bomba sin sugli orecchi,
scende nella via.
Ah! voi non sapete...
 una storia, questa, lugubre e nazionale.
  Agenore  fuggito di casa. Il figlio dell'orzarolo
gli ha detto che tutte le sere c' una
dimostrazione, con squilli di tromba, e Agenore
s' lasciato incautamente sedurre da
quella prospettiva rivoluzionaria. Agenore 
fuggito di casa alle otto scusandosi col dire
che andava a comprare un soldo di
cialdoni.
  Come mai l'oculata signora Eufemia ha
prestato facile orecchio a cos sfacciata bugia?
  Come mai ella ha potuto, anche per un
momento, supporre che nella vita di Agenore
potesse intercalarsi un episodio,
rappresentato da un soldo di cialdoni?
  Non calunniate questa eccellente madre di
famiglia. Il sospetto aveva subito attraversato
l'animo suo.
  Agenore ha un soldo? Dio mio! si sarebbe
egli macchiato di qualche crimine? Ma
non pu essere. L'avr trovato per la strada.
Ma quand'anche ci fosse, come mai egli si
getta subito in braccio ai bagordi, alla dissipazione,
al libertinaggio?
Agenore, Agenore!
  Hai tempo a strillare! Agenore  gi lontano,
Agenore  gi a piazza Navona, insieme
col figlio dell'orzarolo, suo compagno di
traviamenti e di perdizione.
  Policarpo ferma un agente municipale, davanti
a San Luigi de' Francesi, e gli
domanda:
Avete visto mio figlio?
E chi siete voi?
Io? io sono un padre infelice.
La guardia si spazientisce e risponde:
Che vuole che sappia io?
  Ma come! scusate, esclama De-Tappetti,
non  forse affidata a voi la tutela, la salvaguardia
dei cittadini? Sono o non sono un
regnicolo? Voi stesso siete o non siete un regnicolo?
Badi come parla! misuri le parole!
  Policarpo spaventato dalla propria audacia
teme di avere offeso la maest della legge,
e fugge mezzo tonto, verso piazza Navona,
pigliando di petto tutte le persone.
  Appena giunto in faccia alla fontana, sente
uno squillo di tromba, e vede un maresciallo
che porta via di peso qualche cosa che
pare un cencio, mentre invece  il giovane
Agenore, figlio unico di Policarpo
De-Tappetti.
  Quale vista per un padre! quale vista per
un Policarpo!
   questo il punto culminante dell'azione
drammatica.
Policarpo. Figlio mio!
  Agenore (con voce strozzata). Pap; mi
portano carcerato.
  Maresciallo. Ah,  vostro figlio, questo
pezzo di birbaccione? perch non l'avete messo
a letto? perch non gli date un po' pi di
educazione?
  Policarpo (dignitoso). Maresciallo, ve ne
prego... non diminuite il mio prestigio
davanti a un'indocile prole, che versa a piene
mani il disonore sulla mia testa, che un giorno
sar canuta.
Maresciallo. Meno chiacchiere!
Policarpo. Rendetemi mio figlio.
Maresciallo. Ma siete matto!
Policarpo. L'avete forse colto in flagrante?
  Maresciallo. Gridava: L'inno! L'ho
udito io.
  Policarpo (rivolgendosi al figlio con tutta
l'amarezza d'un genitore offeso e deluso).
Agenore! come mai, dopo tanti anni del mio
fecondo apostolato, hai potuto emettere gridi
sovversivi? come mai ti vedo in mezzo a
gruppi di facinorosi? ahi, tu che dovevi essere
il bastone della mia vecchiaia!
Agenore (piangendo). Lo sar, lo sar.
  Policarpo (inesorabile). Ah, troppo tardi!
il bastone della mia vecchiaia piomber sulle
tue spalle.
Momento di pausa e di raccoglimento.
  Policarpo (con gesto autorevole). Maresciallo:
io sono un funzionario del Governo;
uno zio di mia moglie  amico d'un ministro,
del ministro Mezzanotte, buon'anima sua;
si davan del tu...
  Maresciallo. Vedo bene che lei  un galantuomo...
si prenda pure questo birichino e
lo mandi a letto.
  Agenore, mezzo sconquassato, passa nelle
mani del genitore, che lo afferra per l'avambraccio,
e lo trascina verso casa ruggendo:
  Disgraziato, che ci sei andato a fare in
piazza Navona?
A sentire la musica.
  E chi ha destato, nel tuo petto, questi
gravi istinti musicali?
   il figlio dell'orzarolo che m'ha detto che
bisognava gridare: "Vogliamo l'inno".
  Ma non hai tu riflettuto che il tuo grido
offendeva i grandi corpi dello Stato? Ma
dimmi: hai tu mai visto che tuo padre anche
nelle grandi circostanze della vita abbia mai
chiesto un inno? Perch hai emesso, dunque,
grida sediziose?
Silenzio prudente da parte di Agenore.
  Ah! tu non rispondi? tu ti avvolgi in dignitoso
silenzio? Ma io non mi far illudere
da questo tardivo mutismo. Una correzione 
necessaria. Vedi tu questa mano?
  Gli d uno schiaffo e conchiude con voce
solenne:
  Questa mano impedisce al tuo piede di rimanere,
ulteriormente, sull'orlo dell'abisso.



                            L'istruzione di Agenore.

  Il lume a petrolio sopra un sottolume ottagonale,
fatto di scatole di cerini appiccicate
a un panno, fiammeggia in mezzo alla
tavola. Il globo di cristallo smerigliato  incrinato
da cima a fondo e picchiettato di pezzetti
di decalcomania, fatica speciale della
pazienza e della saliva di Agenore.
  La serva, al buio, sbadiglia sull'uscio della
cucina.
  Policarpo, Eufemia, Agenore, pieni di raccoglimento
e di aspettativa, stanno seduti intorno
alla tavola, accigliati, preoccupati,
come se, da un momento all'altro, attendessero
i conforti di nostra santa religione.
  Policarpo De-Tappetti  infagottato in un
vecchio cappotto militare, comprato a Campo
dei Fiori, e trasformato dalla signora Eufemia
in veste da camera mediante certi paramani
gonfi, e un bavero enorme d'un verde cos
sfacciato che la testa di Policarpo, per via di
riflesso e d'analogia, pare, occhiali a parte,
una gran testa di cavolo.
  La toletta della medesima signora Eufemia
 piena di pretese, con una quantit
di nastrini e di fettucce stinte, e con un
fisci tutto accartocciato, che pare un gran
mazzo d'indivia. Le pendono dagli orecchi
due gocce di falso corallo che somigliano,
fino all'illusione, a due bastoni di ceralacca.
  Agenore, come nei giorni di festa, ha la
faccia pulita fino al giro del collo. Si notano
pure tracce di tentativi audaci ma infruttuosi
nella pulitura delle unghie e nella
pettinatura dei capelli.
  L'orologio della chiesa vicina suona le tre;
Agenore le conta; Policarpo segue con tenerezza
paterna gli sforzi aritmetici del figlio,
poi dice a Eufemia stropicciandosi un occhio:
  Vedrai che non verr; il tempo  minaccioso,
il cielo  intempestivo.
  Pap, gli chiede Agenore, ma a che
ora ha detto che tu lo aspetterai, con noi,
perch lui avesse venuto?
  La grammatica, la grammatica, figlio
mio! esclama Policarpo, con accento di terrore
profondo, ma le tue facolt commemorative
sono dunque cos fiacche, malgrado
le suggestivit del tuo genitore? D'onde
mai tanta oblivione, mentre ti ho detto di badar
bene a quello che dici?
  Ma perch dovessi parlare con la grammatica,
se il mio padrino non c'?
  La vita dell'uomo  unissona, risponde
gravemente Policarpo; e sia detto per l'ultima
volta che, quando in te stesso venisse
meno il rispetto ai tempi, io non avrei la menoma
oscillazione di tirar bene le orecchie alla
tua inconsapevole puerizia.
  Agenore che, durante questa predica, ha
tenuto l'occhio fsso sopra un insetto alato,
che passeggia sul tappeto:
Pap, le mosche hanno le mani?
  S'ode un passo lento per le scale, virgolato
da colpi di tosse e da sospiri asmatici.
  Dev'essere lui! esclama la signora Eufemia,
facendosi un pochino rossa in mezzo
all'indivia.
  Una scampanellata pare confermi l'ipotesi
della signora De-Tappetti.
  La serva corre, traballando, apre l'uscio e
dice:
Si accomodi, signor cavaliere.
  La famiglia De-Tappetti si alza con entusiasmo,
si precipita verso il visitatore, lo sbarazza
dell'ombrello, del paletot, del cache-nez
e della tuba, sulla quale Agenore si affretta a
disegnare un gigantesco 14 col dito intinto
di saliva.
  Oh, caro compare! che onore! che
piacere!
Davvero! con questo tempaccio!
Vi siete bagnato?
  Venite qui, vicino alla tavola: c' pi
luce, dice Policarpo con premura, come se
lo invitasse ad accostarsi a un caminetto.
  E il cavaliere Anassagora Caramelli, compare
di Policarpo e di Eufemia, impiegato al
fondo per il culto, viene trascinato a una poltrona
che si regge per miracolo. Il cavaliere
siede, ma si alza di botto, con faccia
spaventata e portando una mano sotto la falda
del soprabito. L'estremit d'una molla a
spirale, fuori di sesto, acuta quanto un cavatappi,
lo ha punto vicino l'osso sacro.
  Che  successo? chiede la signora Eufemia:
uno spillo forse? una forcinella?
  Non saprei, risponde il cavaliere un po'
confuso, qualche cosa di pungente che mi 
penetrato nel...
  Sedere comodamente, dice, con intenzione
faceta, Policarpo,  una delle vicissitudini
agognate dall'individuo comecchessia
lasso di questa, dir cos... cavaliere, fate il
favore, ecco una sedia scevra di qualsiasi punta
inopportuna.
  Finalmente il cavaliere Anassagora Caramelli
 seduto, con tutto il comodo suo. 
un tipo n vecchio n giovane, n bello n
brutto, n intelligente n idiota. Le male
lingue dicono che, prima della nascita di
Agenore, Anassagora frequentasse molto casa
De-Tappetti, mentre Policarpo stava in ufficio.
Certo  che la signora Eufemia si 
spesso vantata del compare al quale attribuisce,
con visibile compiacenza, patenti di
nobilt.
  Mio compare, soleva dire, possiede ancora
un seggiolone dei suoi avi, con lo stemma
della famiglia sulla spalliera, e c' una
bestia rampante.
  Dunque, comincia il cavaliere, per iniziare
un qualsiasi discorso.
  Eccomi qua, risponde Policarpo con
accento maestoso di Coriolano alle porte di
Roma.
La salute?
Benone, risponde sorridendo Eufemia.
E il nostro piccolo Agenore?
  Il nostro piccolo Agenore adorna l'animo
di studii preclari, dice Policarpo, facendo
la bocca a cuore; vieni qua, Agenoruccio
mio, d un saggio al tuo padrino di quelle
discipline letterarie che abbelliscono la tua
adolescente precocit.
  Agenore introduce tre dita nel naso, e con
la testa bassa va a situarsi tra le gambe di
pap, come un gruppo in gesso di Amore e
Venere.
  Il nostro Agenore, continua Policarpo,
 ancora ai primi rudimenti della sapienza,
subordinata alla sua tenerezza, e anche
alla mia, che gli voglio tanto bene, ma egli
non difetta di quella larghezza costitutiva di
cervello, che sua madre glielo dice sempre:
studia, figlio mio, come tuo padre, che s'
fatta una posizione, e procura di ottenere
quella perspicacia, con la quale fidiamo noi
tutti nel tuo desiderio, che sar il bastone della
mia vecchiaia. E ora a te, Agenore, e vedi
un po' di farti onore, davanti a questo padrino
che  cavaliere nel fondo del culto, persona
altolocata, che ci elargisce i beneplaciti
d'una preziosa amicizia. Su, dunque,
Agenore.
E Agenore con voce stridula:

Farfallina, bella e bianca
Vola, vola, e non si stanca
Sopra questo o su quel...

  Ma no! gli grida Policarpo; la poesia
la dirai per ultimazione dell'esperimento.
Dimmi invece, quante sono le dita della
mano?
  Dopo un momento di dolorosa aspettativa,
Agenore risponde:
Cinque!
  Bene! esclama Policarpo dando un'occhiata
trionfale al cavaliere Anassagora. E
come si chiamano?
  Agenore osserva le dita della destra, poi
balbettando risponde:
  Pollice, indice, marted, giugno,
primavera.
  Ma tu confondi, figlio mio. Si vede che
l'erudizione ti si affolla al cervello! Calma!
calma! Pensa bene a quello che dici. Quante
sono le quattro stagioni dell'anno?
Sono cinque: pollice, ind...
Ma no le dita! dico le stagioni.
Sono quattro.
  Bene! e come si chiamano? prim...
prima v...
Primavera, agosto, anulare, Oceania.
  Mi pare, osserva con indulgenza il cavaliere,
che sia pi forte in geografa.
  Credo anch'io, miagola Policarpo atterrito,
e, con voce strozzata, chiede al figlio:
Chi ha scoperto l'America?
Silenzio glaciale per parte di Agenore.
  L'America, ripiglia Policarpo fremendo,
non fu scoperta da Cristoforo Colombo?
Momento di viva trepidazione nei genitori.
  Finalmente Agenore guarda in faccia suo
padre e risponde con accento risoluto:
No.
  Che dici? Cristoforo Colombo non  forse
stato il primo a sbarcare nel nuovo mondo?
No.
  Agenore, strilla il padre irritatissimo,
tu accorda quest'onore storico e incontestato
a Cristoforo Colombo, o io ti fo mettere
a letto dalla serva e subito.
  Agenore si mette a piangere, pesta coi piedi,
smania, fa l'inferno. La mamma lo piglia
per un braccio, e lui le graffia il naso. S'interpone
il cavaliere Anassagora e Agenore gli
afferra una manata di ricci.
Sciagurato! che fai? lasciami!
  Invece di lasciarlo Agenore tira. I ricci si
staccano dalla tempia del cavaliere e con essi...
tutta la parrucca.
  Policarpo perde il lume degli occhi, piglia
Agenore di peso, lo porta nella camera
da letto, chiama la serva e al suo cospetto
somministra al figlio tutti gli schiaffi che la
morale oltraggiata mette a disposizione della
paterna autorit.
  Messo a letto Agenore, con tutte le violenze
del caso, Policarpo rientra nella camera
da ricevere e dice al cavaliere Anassagora
Caramelli:
  Compare carissimo, io vi domando scusa
a nome mio, e interinalmente anche a nome
di quella canaglia di mio figlio, che ho consegnato
nelle braccia di Rosa, perch lo passi
in quelle di Morfeo. Dio mi  testimonio che
fo di tutto per infondere il mio sapere nella
sua personalit, ma le idee moderne cominciano
a traviare il suo spirito. Io non so a
quale carriera potr avviare questo mio
unigenito.
  Pap, grida Agenore, mettendo il naso
fuori del coltroncino, voglio fare il
cocchiere.
  Il cavaliere, a scanso di una nuova scena,
fa due complimenti alla signora, saluta Policarpo
e si ritira, in fretta e in furia.
  Rimasti soli, Policarpo lancia un'occhiata
di desolazione alla signora Eufemia.
  Come mai Agenore s' ostinato a negare
che Colombo abbia scoperto l'America?
  Chi sa! ma sei ben sicuro poi che l'abbia
scoperta lui?
  Io?... credo di s... mi pare... almeno...
l'ho inteso dire.
  Perch a me, sembra, invece, che sia un
altro.
  Hai ragione, perbacco! Ora mi ricordo
che  un altro. Colombo non , ma  un nome
che gli somiglia. Per questo ho fatto confusione.
Un nome che finisce in ombo... in
ombo...
La signora Eufemia radiante:
 vero! Flavio Gioia.

-

                          De-Tappetti all'esposizione.

  Scegli! aveva detto con gravit al
figlio Agenore: o l'esposizione o il
tranvai.
  Pap, aveva risposto Agenore, scelgo
anche il tranvai.
  Policarpo rimase dolorosamente colpito da
questa tendenza scialacquatrice del suo primo
unigenito, ma non seppe reagire, pensando
che questa gita sul tranvai era stata decisa
fin dall'anno passato, in tre successivi consigli
di famiglia.
  Mentre il tranvai con tiro a quattro sale
rapidamente per la erta di Magnanapoli,
Agenore domanda:
  Perch s'attaccano i muli assieme ai
cavalli?
  Perch la malagevolezza della salita richiede
un servizio co' mulativi.
Ma il mulo non  fratello del cavallo?
No, caro,  lo zio.
  Il tranvai s'arresta davanti al palazzo
dell'esposizione, e Policarpo discende, col figlio,
non senza insinuare nella tenera intelligenza
un'alta idea della paterna generosit.
  Vedi, figlio mio! i nostri sei soldi ci davano
diritto imprescrittibile di farci portare
fino alla stazione; ma noi abbiamo abdicato
a due met della corsa, perch la voce dell'interesse
deve taciturnizzare davanti alle glorie
dell'arte, per cui riverbera sul nome italiano
tanto lustro, che faresti meglio a badare
dove metti i piedi.  la terza volta che calpesti
le basi del tuo genitore.
  Pap: che cosa sono quelle statue? chiede
Agenore indicando il gruppo che corona il
palazzo.
  Quello, figlio mio,  lo Statuto, con l'Italia
e l'Indipendenza, che ci fu largito in occasione
della festa annuale, che appunto si chiama
giorno dello Statuto.
E quelle statue pi basse?
  Sono i duchi Torlonia, coi quali fu inaugurato
questo tempio del genio.
   artiglieria! dice canzonando uno strillone
che passa.
  Concentratevi nella venale esposizione
delle vostre effemeridi, brutto vassallo, gli
replica, con voce severa, Policarpo, e non
turbate un padre, nell'atto d'impartire alla
prole una saggia collaudazione intellettuale.
  Lo strillone fa un giretto, poi torna pian
piano e attacca una coda di carta ai bottoni
retrospettivi di Policarpo; Agenore se ne accorge
benissimo, ma il suo animo, inquinato
da traviamenti immaturi, gli consiglia una
muta ma odiosa complicit.
  Un signore che passa, avverte piamente
Policarpo del tiro che gli hanno fatto. Policarpo
con gesto maestoso porta la mano destra
sulla parte interessata, strappa la coda,
e grida:
  Questo non  soltanto un oltraggio individuale,
ma  eziandio un attentato al soprabito
di un pubblico funzionario...
E rivolgendosi a una guardia:
  Custode severo, ma giusto delle patrie
leggi, io vi denuncio un crimine test compiuto
sotto i miei occhi.
Dove?
  Dietro la schiena. Ai miei bottoni posticipati
fu annessa un'appendice cartilaginosa.
Eccola:  una coda. Anzi una codardia.
  Policarpo, con la sua cieca fiducia nella
tutela delle leggi, pianta la guardia con la
coda in mano, e conduce Agenore al portone
centrale del palazzo.
   permesso? domanda col dovuto ossequio
al guardiano.
No: di qui non s'entra.
  Che si entri dalle finestre? pensa Policarpo,
scusi: mi farebbe il favore
d'indicarmi...
Lei ha il biglietto o la fotografia?
  La fotografia! mormora Policarpo interdetto,
poi con sorriso di trionfo: s, ne ho una.
Allora entri per via Genova.
  Policarpo trascina, gi per la scalinata, il
riluttante Agenore, che strilla:
Pap, che cos' la fotografia? J
  Vuol dire che non  permesso accedere
negli ambienti espositivi senza presentare
una fotografia. Per fortuna, ho in tasca quella
di mamma tua.
Policarpo si presenta all'ingresso di via Genova.
Il portiere domanda:
La fotografia?
  Un momento. Essa  sul mio seno, dice
Policarpo e cava dalla tasca del soprabito
un vecchio protocollo, nel quale  con diligenza
incartato il ritratto (tre per una lira)
della signora Eufemia.
Il portinaio guarda stupefatto e dice:
Ma non le somiglia per niente.
  Domando scusa: mi somiglia nell'integrit
del carattere, nell'assiduit perspicua ai
lavori civili e familiari, nell'inconcussa contribuzione
al benessere.
  Qui non c'intendiamo! Lei ha forse esposto
qualche cosa?
  Io no: ma un mio cugino ha esposta la
sua vita per salvare un pericolante...
Ma lei allora chi rappresenta?
Policarpo accigliato e solenne:
  Rappresento l'amore della famiglia, l'ordine,
il progresso, la moralit.
  Ho capito! quand' cos, paghi una lira,
si provveda di biglietto, e vada ad entrare dalla
parte di via Nazionale.
  Gi ci sono stato, mio Dio, poich la mia
vita oramai non  pi che una sequela di porte
inaccessibili.
Agenore comincia a pestar i piedi.
  Stai cheto, stai cheto, Agenore. Noi finiremo
per entrare, onde uscire da questa perplessit.
Vieni: tergiversiamo nuovamente il
cammino gi compiuto, torniamo a questa via
non meno Crucis che nazionale.
  Tutto si trova a questo mondo e Policarpo
De-Tappetti, finalmente, trova la porta per
cui si entra. Ma proprio al momento in cui
sta per introdurre il proprio individuo in
quell'invenzione di Procuste ch' il contatore,
un portiere gli dice:
  Se vuole entrare, entri pure, ma l'avverto
che tra sei minuti si chiude l'esposizione.
  Figlio mio, esclama Policarpo, sbigottito:
sulle pratiche emarginate del destino
era scritto che noi non dovessimo entrare
in questo santuario dell'arte. Vieni: torniamo
alle tranquille ma nutritive gioie domestiche.
Ma io voglio andare sul tram.
  Il tram, figlio caro,  un tramite costoso,
che va usato con parsimonia.
  Voglio il tram, se no mi butto per terra.
  Bada, Agenore, grida Policarpo con voce
iraconda: non atterrirti, perch io ti terrificherei.
Ti sia quindi sacro il fondo dei calzoni
come al genitore il fondo per il culto,
sul quale resterebbe l'orma di una punizione
inconcussa.

                                     Fine.

Finito di stampare il 27 gennaio 1959 nelle
Officine Grafiche Garzanti, Editore - Milano.
                               